Note di società e politica italiana
Cronaca di un ammalato di tumore della prostata

Cronaca di un ammalato di cancro alla prostata.
racconto
Alieno, ovvero intruso, indiscreto, invadente, chiamò il suo tumore Oriana Fallaci. Lo identificò in essere avverso, estraneo e ostile, ripugnante, come certa letteratura di fantascienza vede gli extraterrestri.
A me –per il cancro alla prostata- non sono venuti concetti e definizioni simili. La mia indole francescana e fatalista lo ha fatto considerare un malcapitato compagno di strada. Inopportuno, non voluto, intruso ma accettato sfuggendo esso al controllo delle mie possibilità.
Che avessi qualcosa addosso di malo lo avvertivo da dieci anni. Avevo notato che mi addormentavo più facilmente se mi ponevo steso sulla pancia con le gambe aperte, tanto che questa posizione divenne abituale. Poi nelle notti di sonno incrementarono le minzioni: Se fino a sessant'anni tiravo senza alzarmi dalla sera alla mattina, arrivarono le interruzioni sempre più soventi per fare la pipì. Pensai fosse la normale condizione degli attempati, avendo sentito in ufficio barzellette sui vecchi che si bagnano le scarpe di orina.
Il dubbio di una anormalità lo ebbi avendo -coricandomi- leggeri malesseri, forse qualche grado di febbre. Ma siccome mi raschiava la laringe, e avevo attacchi secchi di tosse; sospettai un attacco alla gola. Che però visite e analisi smentivano puntualmente.
Con questi presupposti, ed un medico di famiglia professionalmente inetto; sono andato avanti fino a 70 anni. Intanto -completamente ignorato- il mio sangue era arrivato a 34 di PSA (antigene prostatico specifico). Una esagerazione che sopportavo in virtù dell’attività sportiva praticata (pattinaggio a rotelle) e del mio fisico robusto.
L'allarme venne fortuito. Trovandomi a casa di una cugina, ella sentì le mie cinque o sei alzate notturne verso la toeletta, così al mattino mi disse: “Guarda che non è normale... tu hai qualcosa... fatti vedere”.
Cambiai medico di famiglia. Il nuovo, una donna, prendendomi in carico tra i suoi assistiti, mi ordinò le principali analisi cliniche: “… Voglio conoscere lo stato di salute di ogni nuovo venuto”.
Appena verificò il PSA a 34 punti, stupita, sentenziò: “ Ma lei ha un tumore alla prostata! Deve subito ricoverarsi per l’intervento chirurgico ... ”.
All'Ospedale Galliera di Genova -ove mi indirizzò- non ritennero invece necessaria codesta urgenza ed il ricovero fu rimandato a due mesi data.
Entrai in urologia nel maggio del 2003, un mese di calura eccezionale. Nei padiglioni si dormiva nudi con le finestre spalancate. La TAC accertò il ‘calcinoma prostatico’. Venni operato ma non per asportare la prostata. Aprirono il basso ventre per togliere dodici linfonodi “e chiudere le porte ad una eventuale metastasi” disse il giovane dottore che mi aveva preso in cura.
Avendomi la dottoressa convinto dell'intervento radicale, esternai la mia delusione chiedendo spiegazioni: “non sussistono le condizioni generali e locali per una azione chirurgica completa. Per la malattia -ormai sistemica- eseguiremo un trattamento ormonale con farmaco che agisce inibendo l'azione di stimolo da parte degli androgeni sulle cellule tumorali prostatiche arrestandone la progressione". Effetti collaterali la cancellazione della libido (ovvero fine della funzione erettile). La terapia consisteva in iniezioni trimestrali di 'Decapfetil' che mi avrebbero provocato una specie di castrazione chimica. Aggiunse porgendomi la ricetta: “E' l’ultimo ritrovato della ricerca medica americana. Non guariscono ma bloccano la progressione del calcinoma". Spiegò: "siccome hanno scoperto che le cellule del tumore si nutrono dello sperma prodotto dalla prostata, queste iniezioni -distruggendo il liquido seminale- inibiscono al cancro di alimentarsi. Così o si atrofizza, oppure -quanto meno- non si sviluppa”.
Mi confortò così; tuttavia avrei preferito l’intervento chirurgico radicale sostenuto dalla dottoressa. La quale saputo come erano andate le cose rampognò l'equipe medica in questione vaticinando per me una brutta fine (purtroppo per lei un ictus la portò via un anno dopo).
Dalla diatriba ebbi la sensazione che esistessero due scuole di pensiero in rapporto alla cura della neoplasia prostatica: una chirurgica e una terapeutica. La prima chirurgica e definitiva, ma molto invasiva. La seconda meno aggressiva, ma anche aleatoria ( e chissà, forse legata alle case farmaceutiche costando ogni siringa oltre 900 euro).
Cambiai nuovamente medico di famiglia.Iniziarono gli anni di convivenza con il 'granchio' dalle zampe tentacolari insinuatosi nei miei coglioni. Dal primo ricovero del 2003 col PSA a 34 ng/ml la terapia delle iniezioni trimestrali portò il PSA del sangue a 2,21 e poi a 1,4. La cura funzionava. Potevo vivere tranquillo.
Certo ogni notte mi alzavo cinque volte a mingere, e di giorno ero incontinente. Tuttavia consideravo la situazione sopportabile superati i 70 anni. La mia vita era abbastanza libera salvo l'inconveniente dei pannoloni. Andavo al mare, a passeggio in città.
Il nuovo dottore, stavolta maschio, dalle informazioni che gli resi e le indicazioni del trattamento ospedaliero; non dimostrò alcuna contrarietà.
In internet mi ero edotto sulla malattia "... è periferica, e non ha contatto diretto con le vie urinarie. Questo spiega come mai negli stadi iniziali l’incontinenza sia pressoché assente. Tuttavia si acutizza invece avanzando...". Cosa a me avvenuta nel giro di sei anni. Nel 2009 l’antigene prostatico specifico (PSA) era risalito a 22,42 ng/ml: il 'granchio' si era risvegliato e allungava le sue zampe (quando i processi sono lenti ci si adatta ad essi senza accorgersi dei peggioramenti). Avevo adattato la mia vita alle strettoie imposte dal tumore: Niente pù turismo, mare, sport. Neppure passeggiate in città. La casa mi dava sicurezza e conforto. Qui avevo sempre a portata il water, e mi tevo una brocca vicino evitando di stare davanti al computer col pannolone.
Praticamente non uscivo più di casa, e la cosa non mi dava alcuna tristezza. Stavo nel mio 'santa santorum' pieno di libri, dischi e CD, tre computer sempre collegati ad internet. Ala sera DVD e televisione ... Non conoscevo assolutamente la noia. Vicino agli 80 anni anche l'assenza di sesso non dava sacrificio.
Accettavo tale quotidianità senza angoscia, anzi –siccome fin da infante amavo scrivere- la quiete della casa non mi dispiaceva.
Sul cancro riuscivo celiarci sopra. Se qualcuno mi chiedeva 'come stai?' rispondevo . 'Benissimo! a parte un tumore...". Nell’yahoogroups da me frequentati mi firmavo talvolta ‘Pier La Prostata’ parafrasando il nome di Giuliano l'Apostata imperatore romano a Costantinopoli nel quarto secolo dopo Cristo, che -abbandonando il cristianesimo per il neoplatonismo- valse appunto l'epiteto di apostata.
Gian Cesare, corrispondente in Outlook di Milano affetto del mio stesso male, mi scrisse: “... ho da tempo anche io il tumore alla prostata che ora si è poi esteso alla colonna vertebrale sino ad inchiodarmi su una carrozzella e rendermi persona invalida all'età di 67 anni. Cerco di resistere e prendere la vita per quello che è. ... Ho in casa un bravo extra-comuntario che mi aiuta nelle incombenze domestiche, in modo da alleggerire il mio unico figlio (che vive da tempo fuori casa) dall'avere un padre fisicamente scassato ... ."
Onestamente l’egoismo è consolatorio: avevo dieci anni più di lui ed ero attivo –escluso le minzioni continue-.
I miei arresti domiciliari erano volontari.
Una sera d'estate del 2009, con mia moglie vedemmo un DVD della nuova cinematografia anglo-indiana dal titolo era ‘Senza zucchero’ . Raccontava di un ristoratore di Delhi trapiantato a Londra padrone d'un famoso ristorante di cucina indiana nel centro della città. Nel suo locale si servivano con altezzosità le sue creazioni gastronomiche, finché non arrivò Nina, giovane cliente, a contestargli una ritenuta prelibatezza. Egli si adonta, litiga, tuttavia la ragazza aveva ragione: in quel piatto il cuoco aveva distrattamente messo sale al posto dello zucchero. Dal diverbio nasce una languida ostacolata storia d’amore che finisce in matrimonio.
Siccome ad un dipresso di casa, uno storico bar del quartiere aveva lasciato posto proprio un ristorante di cucina indiana; a me e mia moglie venne il desiderio di andarci a cena.
A prezzo onesto ci servirono un mucchio di piatti molto saporiti, accompagnati da una varietà di salse colorate, gialle, verdi, rosse, piccantissime. Non mi risparmiai. Neppure col peperoncino.
La notte stessa, i giorni successivi, l’apparato genitale entrò in crisi. Avevo preso una solenne infiammazione alle vie urinarie. Le urgenze fisiche colpivano a mitraglia. Gli orifizi si erano occlusi provocando forti dolori al basso ventre. Il cocige mi doleva da non poter stare né seduto né disteso.
Impellente visita dall'urologo che mi aveva in cura dal 2003. Dopo biopsia rilasciò il referto diagnostico: “La neoplasia prostatica, già allo stadio clinico T3, è in netto peggioramento ormonorefrattario … ” e mi scaricò su oncologia.
Cambiai specialità ma anche ospedale recandomi al San Martino di Genova. Nuovo medico curante una bella signora affabile, gentile e professionalmente puntigliosa (precisina come ella stessa si definì). La Tac rivelò una incipiente metasasi che interessava i polmoni.
Disse: “Gli atti terapeutici possibili sono tre: rafforzare con pillole l’azione dell'attuale iniezioni. Aggredire la prostata con la radioterapia, o infine ricorrere alla chemioterapia…”. Concordammo iniziare con la prima soluzione. Andai avanti solo qualche mese.
Alla fine di agosto 2009 ebbi una ritenzione totale delle urine dovuta al repentino ingrossamento della prostata che -premendo l’uretra- la occludeva. Insomma per due giorni niente pipì. E dolori atroci da farmi pensare al suicidio. Stupidamente non corsi subito al pronto Soccorso, e la vescica sarebbe schiattata come una gomma d’auto gonfiata troppo, se mio figlio non mi portava con la sua auto al Pronto Soccorso di San Martino. Ove, infilatomi il catetere nel pene, svuotarono la vescica di due litri d’orina facendomi rinascere.
E' seguito l’internamento in Urologia per l’operazione detta TURP che consiste –previa anestesia totale- di svuotare la prostata con una fresa miniaturizzata infilata dall'orifizio, afflosciandola. Ridotto il volume dalla pressione che la bloccava l'uretra riprese a funzionre.
Come si vede dalla fotografia, l’intervento chirurgico è andato bene: finalmente (dal 2003!) ho riacquistato le naturali funzioni fisiologiche con lo stimolo che precede la funzione nelle evacuazioni liquide e solide. Non ho ancora vinto la guerra contro il tumore –resta da battere l’incipiente metastasi con le compresse del debilitante ketoconazolo-. Ma certamente una battaglia fondamentale è vinta .
In cura da sette anni, che per casualità abbia avuto quella operazione TURP che mi ha rigenerato, mi lascia alquanto perplesso. Poteva avvenire anni prima?
Perciò arrivo a dire che quando si parla di ‘malasanità’ si opera una generalizzazione erronea e fuorviante.
In Italia ci sono strutture sanitarie eccellenti ed altre inefficienti. Guai chi capita nelle seconde.
Pier Luigi Baglioni
Novembre 2009.
LIBRI - CINEMA - TELEVISIONE
Libri – recensioni
Il centro di Lomé
Autobiografia giovanile di un bebé togolese, nato nel 1981 da genitori sconosciuti, abbandonato nell’ospedale La Pouponniere di Lomé, ed adottato da marito e moglie italiani, sanitari in trasferta a Afagnan, che al ritorno lo hanno portato in Italia, a Milano, dove è cresciuto e vissuto. E’ Matteo, nero in un mondo di bianchi. In questa sofferta condizione non riesce a vivere una vita tranquilla, appagata; integrata. Si sente italiano nero ma gli pare che gli altri lo considerino estraneo. La città, la società in cui si muove, è percepita come aliena. I genitori, pure amati, non li sente suoi completamente. L’Africa diviene il sognato punto di riferimento, e la ricerca delle origini l’ossessione della vita incipiente. Fino alla partenza.
Il libro, di lettura appassionante, racconta codesto percorso di crisi identitaria fino al ritorno –per scelta- di vivere nella ‘sua’ Africa.
Matteo è una mia amicizia ‘virtuale’, ovvero nata nella rete, per mezzo d’un suo reportage di fotografia che apprezzai particolarmente e gli scrissi quel giudizio positivo. Da allora, pur saltuariamente, non abbiamo più perso i contatti. Sapevo nulla di lui e della sua famiglia. Che era di colore ma lo credevo frutto d’un matrimonio misto. Non avevo per niente intuito il travaglio vissuto e sfogato nei suoi viaggi all’estero. Nei safari fotografici africani. La sua inquietudine mi appariva normale in chi, avendo talento, cerca la sua strada per affermarlo. Pertanto leggere il suo libro –per me- è stato come illuminare una stanza buia. Nell’oscurità non vedi nulla e giudichi –quindi- né l’arredamento né il mobilio. Ma appena vedi, e sai, viene naturale, se non giudicare non essendone titolato; almeno esprimere le tue opinioni. Che il libro stimola, eccome stimola!
Ombre d’Africa di Matteo F.K.
CULTURA POLITICA ITALIANA
CINEMA arte e mostre
Omaggio a Capodimonte, una mostra superstar [...]





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